

NIENTE FUOCHI D’ARTIFICIO
racconto di Mario De Rosa
Non avevo mai nemmeno pensato all’idea che lei potesse piangere e mi dispiace moltissimo. Tenga un fazzoletto. Sono quelli all’essenza di lavanda, li compro al supermercato. Se può consolarla posso dirle che lei ha spodestato Licia Maglietta dai miei sogni. La prego, non mi guardi così, so di aver scelto il momento sbagliato. Ma da qui in poi sarebbe stato un momento sbagliato qualsiasi, anche in una situazione diversa. Perché… be’, perché nemmeno ci conosciamo, io mi chiamo Svevo. Deve sapere, signora, che io vengo qui da moltissimi anni. E quindi come può immaginare ricordo esattamente la prima volta che l’ho vista entrare, mettersi a sedere in un posto abbastanza appartato e ordinare qualcosa con inattesa sicurezza. Magari anche a lei è capitato di notarmi… non so… ha mai visto un tizio con un cane per un certo periodo? O uno con delle camicie bizzarre? Oppure quell’altro che ogni tanto si mette a leggere lo stesso libro — ah, ma pensa! — lo stesso libro che lei tieni fra le mani adesso… ne dica uno a caso: ero sempre io. (Il cane non era mio, quella volta, lo tenevo a un’amica che aveva dovuto prendere un aereo all’improvviso). Di lei so che beve spesso birre scure o caffè americani senza zucchero, e che quando accavalla le gambe è come guardare Venere dall’oblò di un’astronave carica di autoreggenti, e mi rendo conto di sembrare uno stalker o un maniaco senza una specifica fissazione, sì, certo me ne rendo conto… ma se lei riesce a non urlare ancora per qualche secondo le spiegherò ogni cosa… Due anni fa… È successo che due anni fa… io stavo in pessime acque… molto peggio di due anni prima e appena appena peggio di come me la passo adesso. Sa, in questo momento sono in cura da un psicoterapeuta, in quanto soffro di una particolare sindrome: sono un bugiardo. So che tutti lo siamo in qualche modo, che tutti noi — esseri umani, le persone, la gente, insomma! — mentiamo a noi stessi per non fare i conti con le nostre meschinità, ma… mi creda, nulla a che vedere, noblesse oblige: per come sono bugiardo io è una malattia. E insomma, ho perso tutta la mia vita, e forse il mio più caro amico… Ho parlato qualche volta di lei, alla persona presso la quale sono in cura, ma… niente, lasciamo perdere, questo non è interessante. Adesso che ci penso ho un altro piccolo problemuccio: quando prendo la parola è difficile che io riesca a essere sintetico se devo parlare delle cose che mi riguardano, perché, sa… deve sapere che tendo a parlare tanto, perché mi sento solo. Non voglio che qualcuno mi salvi da questa condizione, le chiedo solo un minuto per potermi spiegare fino in fondo e poi scomparirò per sempre dalla sua vita. Due anni fa… Non so se si ricorda, ma due anni fa, era la primavera penso, venne in città Jennifer Egan per quel festival… esatto!, ah, bene!, vede che si ricorda… tenga prenda un altro fazzoletto, ne ho molti altri, se ha bisogno, almeno cinque… anzi, sa cosa?, le regalo il pacchetto, ecco lo prenda!… insisto, lei ne ha bisogno, lo prenda. Ok, si ricorda di Jennifer Egan. Quindi sa di cosa sto parlando e si ricorderà che — cosa che davvero, non ho mai saputo spiegarmi — venne qui a mangiare qualcosa finito tutto l’ambaradan, e che entrò con quel giornalista famoso e si misero a chiacchierare ecc… Non se li filava nessuno… Tutti continuarono a bere e a farsi gli affari propri, com’è giusto che sia, del resto sarebbe stato assurdo importunare una scrittrice famosa mentre mangia delle patate fritte, quando fino a tre ore prima potevi andarci a parlare qui a cinquecento metri, dove avevano allestito uno spazio apposito. E quella sera notai lei. Sa, lei è una donna straordinariamente bella e in più sta piangendo in un pub frequentato perlopiù da uomini in cerca di avventure che non vedono l’ora, letteralmente, di potersi aggrappare al gancio giusto per consolare una milf con dei problemi — perdoni l’appellativo da pornoweb, ma ho appioppato a tutti un epiteto, che le rende piena giustizia, in effetti, se ci pensa — comunque, dicevo, lei è una donna bellissima che piange a dirotto in un pub con uomini del calibro di cui sopra e… come dire… non le sembra immorale tutto questo? Non le sembra di esagerare? Avrebbe potuto trovare un qualche vigliacco che si avvicina a lei e la riempie di parole confortanti giusto perché pensa di poterla portare a letto. Ma… viva dio… avrà le sue ragioni, non voglio giudicarla. Comunque, stringendo, ricordo di quella sera in cui Jennifer Egan era seduta dove stavo seduto poco fa, che spremeva una bustina di maionese in un piatto… e a me piaceva guardala, ero anche un po’ in soggezione, e a un certo punto Jennifer Egan si ferma e sorride… sorride a una persona che è appena entrata, e che probabilmente non voleva dare nell’occhio e quella persona era lei… E Jennifer Egan si è fermata nel bel mezzo del discorso per sorriderle intensamente e per dirle ciao con lo sguardo, facendole anche un segno con la mano… nel voltarmi per vedere a chi era rivolto quel gesto di cortesia, vidi lei, la sua meravigliosa forma, le sue linee e i suoi capelli… spalancai gli occhi ed esclamai qualcosa che ora non ripeterò. Non ricordavo di averla vista prima di allora, e da quella sera in poi ho iniziato ad aspettarla. E ogni volta che mi è capitato di vederla, cercavo con la coda dell’occhio di cogliere quanto più possibile della sua presenza fra queste luci basse, ripensando sempre alla sera in cui l’ho vista per la prima volta qui, mentre chiacchierava con Jennifer Egan e un altro tizio famoso. Ma non mi sono mai fatto avanti, prima. E mai lo avrei fatto, se non fosse che l’ho sognata ieri notte. Di solito sogno Licia Maglietta che viene a farmi una carezza mentre io sono seduto su un marciapiede, ma ieri notte ho sognato lei. Mi creda: il fatto che lei stia piangendo è una coincidenza — libera di non crederci, se vuole. Ho rotto questo silenzio di due anni giusto perché stanotte lei mi è apparsa in sogno, coi capelli corti. Solo per questo motivo mi presento a lei con questa mia camicia stirata magari un po’ male, ma pur sempre bella. Se poi l’avessi incontrata prima di mezzogiorno non avrei assolutamente potuto parlarle del mio sogno. Come mai? Be’, per motivo culturali e pregressi… potrei parlargliene… forse che sì forse che no… ma non è importante questo adesso. Ciò che volevo dirle è che l’ho sognata. Proprio ieri notte. Eravamo dentro una stanza molto grande, io e lei. La stanza era cubica, precisa, sembrava quasi finta, come una messa in scena. Le pareti erano bianche e sentivo un forte odore di vernice, come l’avessero tinta il giorno stesso. E dentro questa stanza, a parte lei e il sottoscritto, c’erano immensi scatoloni, di tante misure diverse. Io nel sogno sapevo bene cosa c’era in quelle scatole chiuse e solo pensarci mi faceva piangere e mi sentivo disperato al pensiero che avrei dovuto guardarci dentro. Erano impilati uno sull’altro, formando un muro fra lei e me. E a un certo punto mi ha chiesto di spostarli. E io l’ho fatto alla svelta. Poi, non so perché, non so percome, io tiro fuori un sacchetto di una boutique, color viola tenue e con una scritta in francese. Forse la scritta era proprio Boutique… farebbe ridere, no?… come le borse con scritto Bag o la pasta del discount che si chiama Pasta. Non ricordo, ma sono sicuro che fosse francese. Le porgo il sacchetto. Lei un po’ incredula accetta. Nel sogno non fa nessuna espressione. Guarda dentro questo sacchetto e vede che le ho confezionato un vestito con le mie mani. E sempre senza manifestare né entusiasmi né rimproveri, mi dice di mettermi in fondo alla stanza bianca e di rivolgere lo sguardo agli scatoloni. E mentre tenevo gli occhi sul quel marrone sbiadito delle scatole sentivo il lieve rumore dei suoi panni che le scivolavano via dolcemente. Stringevo il pugno, cercando di attingere forza dove potevo per non voltarmi: la tentazione era quasi indomabile e ho dovuto fare appello a tutta la mia integrità per non guardare. E a un tratto mi dice, girati, apri gli occhi. Lo faccio. E vedo che indossa il vestito. Non eravamo più nella stanza, eravamo fuori, all’aperto e c’erano così tante sfavillanti bellezze intorno a noi che ogni odio di colpo mi inciampa dal cuore e mi avvicino e la bacio, la bacio sulla bocca come fosse l’ultima cosa che faccio da uomo libero prima di partire per un lungo viaggio claustrofobico e ripetitivo. Svegliandomi, con le labbra dischiuse, nel buio, facendo mente locale e capendo che era stato un sogno, ho sentito come la necessità di fare chiarezza fra noi… mi sembrava il minimo. Ora si ritorna al punto in cui le faccio i complimenti e le dico che è bellissima e che sta piangendo sola in un pub e che questo è sconveniente. Sa, sto cercando di sbarazzarmi di tutte le mie bugie, e mi creda, non le avrei mai potuto raccontare una menzogna così grossa e articolata, per approfittare della sua vulnerabilità… ecco, sì, esatto, vedo che l’ha presa con lo spirito giusto: non deve attribuire un significato particolare a questa mia incursione nella sua esistenza. Oh, sì, certo, mi può tenere la mano. Scusi, magari è un po’ sudata. Ah no?, meglio così, la sua in effetti lo è. Perdoni la sincerità. Sì, mi siedo volentieri. Ok, però la prego, non pianga così impunemente, non perda la legittima eleganza. Calliope? È forse il nome più incantevole che io possa immaginare. Spero di lusingarla… [Scusi, ci potrebbe portare altre due birre, una media rossa e una bionda piccola… Sì, Pilsner va benissimo]. Per quello che vuol dire, sa io non me ne intendo… Spero di rincontrarla presto nei miei sogni, in modo da poterle dire che, almeno, avrebbe potuto dirmi grazie per il vestito. Deve sapere che vengo dall’Europa meridionale, più precisamente dalla provincia di una città portuale, in cui la gente non racconta i sogni prima di mezzogiorno, perché porta sfortuna. Io non ci credo in queste cose, ma è il mio humus, tant’è… Grazie per avermi ascoltato, ne avevo bisogno, dovevo giusto sfogarmi un po’. Sa perché ho sempre raccontato bugie, principalmente a me stesso? Non tanto per consolarmi o per evadere dalla realtà. Niente affatto… Per un’altra ragione: io raccontavo bugie perché non riuscivo a capacitarmi che non ci fosse concessa almeno una cosa impossibile, nella nostra vita di esseri umani. Non vorrei essere immortale, non mi fa paura la morte e non temo la vita e sinceramente non cambierei granché nemmeno in me, ma trovo odioso non avere la possibilità di realizzare almeno una cosa impossibile. Cioè, intendo, fra tutte le cose, i miliardi di cose impossibili che si potrebbe scegliere di fare, di vivere o di creare… io penso che si dovrebbe avere la possibilità di sceglierne una e di farsela bastare… Come dire: queste sono le infinite possibilità di cose che la mente e il corpo degli esseri umani non possono contemplare o fare… scegline una che sia per sempre, che ti potrà tornare utile quando ti sarai stancato di tutto ciò che è possibile. Lei ne ha una tutta sua? Una cosa che le mette in pace il cuore e che vorrebbe si avverasse? Che so, saper leggere il cinese senza studiarlo, poter volare, poter respirare nello spazio aperto… Niente? Non ne ha una? Allora le dico la mia: vorrei aver la possibilità, almeno per una volta, di poter chiudere gli occhi, e poi, grazie a un procedimento di forze che vanno oltre il tempo e lo spazio, riaprirli e ritrovarmi negli anni Sessanta, davanti alla scuola di mia madre… sono un bell’uomo, alto, ho un cappotto grigio e sono ben vestito. Ho un buon profumo e sono bello come gli attori del cinema. A un certo punto fra tutte le bambine del collegio che si accalcano alle uscite, vedo arrivare mia madre- bambina. Lei appena mi vede mi riconosce, sa chi sono, anche se non vivo con lei. È timida, non mi ha mai parlato prima d’ora e non sa che fare. È imbarazzata. Io mi avvicino. Le dico ciao, le faccio una carezza. Lei abbassa lo sguardo… io lo faccio con lei, cercando di capire se guarda qualcosa di preciso o se è solo così imbarazzata per il fatto che sono andato a prenderla fuori da scuola. Allora mi accorgo che ha delle scarpe da tennis di tela, molto economiche, tutte sporche. Sfilo dal taschino del mio cappotto un fazzoletto di seta, mi inchino e cerco di pulire il più possibile le sue scarpe. Poi con i polpastrelli guido il suo mento all’insù e guardandola negli occhi le dico: oggi starò tutto il giorno con te, andremo dove desideri ed esaudirò ogni tuo desiderio… lei probabilmente mi risponderebbe che non vuole nulla e che non le serve nulla, quando in realtà io so che vuole tutto e che avrebbe bisogno di tutto, allora senza insistere le offro il mio braccio e le dico, concedimi almeno l’onore di poter camminare con te, e lei aggrappandosi al mio braccio mi stringe con le sue piccole mani la mia enorme ci mettiamo, un poco alla volta, a parlare di noi, delle cose che non sappiamo l’uno dell’altra. Fine. Niente fuochi d’artificio, una cosa così, in dissolvenza. Ecco la cosa impossibile che io vorrei. Poter donare a mia madre la gioia di aver vissuto un pomeriggio così. Ed è per questo che dicevo bugie… perché trovavo inaccettabile non poter fare una cosa così almeno una volta… e tutto non aveva senso… Ma oggi ho capito… oggi ho capito che tutto sommato mia madre, con l’arrivare della vecchiaia, forse si sarebbe dimenticata del dolore causato dalla sua infanzia e che forse in lei si sarà instaurato un senso di pace più grande di quanto io possa immaginare, perché siamo fatti di memoria e quindi tutto va a disperdersi in quella magnifica aurea bluastra dei nostri risvegli in cui ci sentiamo sereni perché finalmente siamo vecchi e abbiamo dimenticato… [Grazie. Sì, questa è per me e quest’altra è per la signora. Grazie infinite] Questi sottobicchieri sono un amore, non trova?… Quindi capisce, siamo fatti di memoria ed è meglio imparare a fare i conti per tempo, oggi, con ciò che vogliamo non ricordare domani. Io come giovane sono stato deludente, ma nonostante questo non ho rimpianti, perché sono sicuro che diventerò un uomo anziano strepitoso, che chiede permesso prima di sedersi, che non fa il viscido con le ventenni, che sa stare da solo, e che anche se ha capito che sta viaggiando inesorabilmente verso la morte, trova il coraggio necessario per rifare il letto la mattina. Quando avevo la metà degli anni che ho adesso ho sviscerato il mondo per cercare di capire le verità assolute, per tentare di non vedere quanto ero ipocrita, per cercare di smettere di soffrire, ma ora è più facile… ora vorrei solo, per gli anni che mi restano, cercare di essere una brava persona… Una brava persona… Una brava persona.
E adesso, se è almeno un poco dell’umore, mi parli di lei… Io ho detto fin troppo, vorrei sentire la sua incantevole voce, mi dica qualcosa, anche… che so, parole di disprezzo, mi urli di andarmene, mi dica che mi odia… qualunque cosa, davvero, non mi offenderò, non ho più paura di essere spregevole per gli altri, vorrei ascoltarla… la smetta di piangere, apra quel libro che tiene fra le mani e mi racconti la storia di un uomo che si è perso per mare e cerca di tornare a casa.
Mario De Rosa è l’autore de Il Festival Dei Cerotti, raccolta di racconti uscita per AntonioTombolini Editore.