Illustrazione di Marta D’Asaro

LE VOCI DELLA CITTÀ

piccola antologia milanese a cura di Gino Cervi

Le città sono voci. Mi piace andare in giro con un microfono aperto a registrare i suoni delle città, voci e rumori. C’è un sito meraviglioso, www.ecouterparis.net, in cui potete seguire i percorsi sonori, di oggi e del passato, che disegnano un ritratto della città.

Far parlare la città, la mia città, Milano, facendo un campionario di testi letterari è un gioco che mi ha sempre affascinato. La piccola antologia che segue è un saggio di questo gioco che un giorno, forse, terminerò. Ma forse no, perché vorrebbe dire smettere di giocare.

L’ho realizzata su richiesta dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori in occasione della serata di apertura della prima edizione di Bookcity Milano. Sono passi di scrittori, milanesi e no, che, a mio parere, in poche righe hanno colto il senso preciso, o uno dei sensi peculiari, della città: amare, mangiare, sorridere, lavorare, perdersi, arrabbiarsi.

Architettura e cotolette incantano Arrigo Beyle, “milanese”

Da Stendhal, Vita di Henry Brulard (1834)

Un mattino, entrando a Milano, in una bella mattina di primavera, e che primavera! e in che paese del mondo! vidi Martial a tre passi da me, a sinistra del mio cavallo. Mi sembra di vederlo ancora, si era nella Corsia del Giardino, poco dopo via Bigli, al principio della Corsia di Porta Nova. Era in prefettizia azzurra con il cappello orlato, da aiutante generale. Fu molto lieto di vedermi. — Vi credevamo perso, — mi disse. — Il cavallo è stato malato a Ginevra, — risposi,- sono partito solo il… — Vi faccio vedere la casa, è qui a due passi. Salutai il capitano Bureviller; non l’ho più rivisto. Martial tornò sui suoi passi e mi condusse alla casa D’Adda. […] La facciata di casa D’Adda non era ancora finita, era quasi tutta in mattoni grezzi, come San Lorenzo a Firenze. Entrai in un cortile magnifico, molto stupito e pieno d’ammirazione per tutto. Salii su uno scalone superbo. I domestici di Martial staccarono la mia valigia e portarono via il mio cavallo. Salii con lui e presto mi trovai in un superbo salone che dava sulla Corsia. Ero affascinato, era la prima volta che l’architettura mi faceva effetto. Portarono subito delle eccellenti cotolette impanate. Per molti anni questo piatto mi ha ricordato Milano.

Porta, Fenestra, mele cotte e mele crude

Da una lettera di Ugo Foscolo, che si firma per ridere Fenestra, all’amico Carlo Porta (Bologna, maggio 1814)

Carlo Porta Fratello, e voi Vincenzina Sorella, e voi Violantina, ed Annetta, e Peppino figliuoli miei; […] io Meneghino Fenestra girovago, stando oggi in Bologna, né sapendo domani dove sarò, vi saluto con tenerezza e desiderio di cuore, e v’abbraccio tutti, e tutte con castissima ed apostolica carità. Sappiate ch’io sono partito senza volervi dire addio perché quella parola le lagrime mi gocciavano giù per le guance mentr’io tentava di proferirla dal secreto dell’anima mia: però non vogliate stimarmi villano, né freddo e ingrato di cuore verso voi tutti che io amo invece e bramo di rivedere poiché la vostra casa fu asilo cordialissimo a me in tutte quelle mie tristissime sere, e le vostre seggiole basse m’erano quieto riposo, e il vostro focolare mi riscaldava senza abbruciarmi, e le vostre mele cotte mi risanarono gli occhi, e le vostre mele crude mi davano tutte le sere una cena salubre e squisita la quale non mi costava sen non un cordiale ringraziamento: per queste gentilezze, e perché tutti voi padroni e servi, giovani e vecchi e bambini, uomini e donne –specialmente le donne — siete ottime persone, ed aliene dalle fazioni Francescane, Austriache, Napolitane, Napoleoniche, Eugeniane, municipali, etc. etc, io dilettissimi vi amo, e spero di rivedervi, ed abbracciarvi tutti. […] Tu Carlino rinfrescati gli occhi con l’acqua di rosa, perché questi miei scarabocchi arabeschi ti accecheranno leggendoli. Addio, Omero dell’Achille Bongée. Addio, addio.

U.F…enestra

Renzo e un milanese cacciaballe

Da Alessandro Manzoni, I Promessi sposi, cap. XXXIV

La strada che Renzo aveva presa, andava allora, come adesso, diritta fino al canale detto il Naviglio: i lati erano siepi o muri d’orti, chiese e conventi, e poche case. In cima a questa strada, e nel mezzo di quella che costeggia il canale, c’era una colonna, con una croce detta la croce di sant’Eusebio. E per quanto Renzo guardasse innanzi, non vedeva altro che quella croce. Arrivato al crocicchio che divide la strada circa alla metà, e guardando dalle due parti, vide a dritta, in quella strada che si chiama lo stradone di santa Teresa, un cittadino che veniva appunto verso di lui. “Un cristiano, finalmente!” disse tra sé; e si voltò subito da quella parte, pensando di farsi insegnar la strada da lui. Questo pure aveva visto il forestiero che s’avanzava; e andava squadrandolo da lontano, con uno sguardo sospettoso; e tanto più, quando s’accorse che, in vece d’andarsene per i fatti suoi, gli veniva incontro. Renzo, quando fu poco distante, si levò il cappello, da quel montanaro rispettoso che era; e tenendolo con la sinistra, mise l’altra mano nel cocuzzolo, e andò più direttamente verso lo sconosciuto. Ma questo, stralunando gli occhi affatto, fece un passo addietro, alzò un noderoso bastone, e voltata la punta, ch’era di ferro, alla vita di Renzo, gridò: — Via! via! via! - — Oh oh!- gridò il giovine anche lui; rimise il cappello in testa, e, avendo tutt’altra voglia, come diceva poi, quando raccontava la cosa, che di metter su lite in quel momento, voltò le spalle a quello stravagante, e continuò la sua strada, o, per meglio dire, quella in cui si trovava avviato. L’altro tirò avanti anche lui per la sua, tutto fremente, e voltandosi, ogni momento, indietro. E arrivato a casa, raccontò che gli s’era accostato un untore, con un’aria umile, mansueta, con un viso d’infame impostore, con lo scatolino dell’unto, o l’involtino della polvere (non era ben certo qual de’ due) in mano, nel cocuzzolo del cappello, per fargli il tiro, se lui non l’avesse saputo tener lontano. — Se mi s’accostava un passo di più,- soggiunse, — l’infilavo addirittura, prima che avesse tempo d’accomodarmi me, il birbone. La disgrazia fu ch’eravamo in un luogo così solitario, ché se era in mezzo Milano, chiamavo gente, e mi facevo aiutare a acchiapparlo. Sicuro che gli si trovava quella scellerata porcheria nel cappello. Ma lì da solo a solo, mi son dovuto contentare di fargli paura, senza risicare di cercarmi un malanno; perché un po’ di polvere è subito buttata; e coloro hanno una destrezza particolare; e poi hanno il diavolo dalla loro. Ora sarà in giro per Milano: chi sa che strage fa!- E fin che visse, che fu per molt’anni, ogni volta che si parlasse d’untori, ripeteva la sua storia, e soggiungeva: — Quelli che sostengono ancora che non era vero, non lo vengano a dire a me; perché le cose bisogna averle viste.-

Libri in Galleria

Da Delio Tessa, Ore di città, pp. 31–34, già in “L’Ambrosiano”, 16 marzo 1937

…loro… chi?

Loro due! I signori Baldini e Castoldi che sono poi, se non erro, i più vecchi editori e librai di Milano; due sagome che da cinquant’anni trattano commercialmente l’articolo e che ormai, dopo sì lunga pratica, se ne intendono di carta stampata come io… come io… scusate, ma mi sono impappinato; per verità non saprei dirvi di cosa io me ne intenda sul serio, certo niente conosco così a fondo come loro due ciò che stampano e che vendono.
Se voi proprio credete che occorra leggere un manoscritto per capire se andrà o non andrà, siete fuori di strada. E il naso? Ci dite poco?… le due vecchie volpi hanno un fiuto!… per esempio il nuovo libro di poesie non lo vorrebbero neanche ad ammazzarli… […]
Per loro i libri si tastano, si fiutano, si soppesano. Il titolo deve essere stampato ben chiaro sulla copertina, in grande che si possa leggere dal ponte al dazio. […]
«Ha letto, signor Baldini — gli chiedo — gli articoli sulla crisi del libro? Che ne dice di questa crisi? C’è o non c’è?»
Il decano degli editori scuote la testa come per cosa che non lo riguardi. Non abbocca. Getto un altro amo.
«Ma insomma, si vende o non si vende? Vanno o non vanno questi libri?»
« Vanno e… e non vanno… secondo».
Non direi che tende a sbottonarsi. […]
«Lei, caro Tessa, può pensare a quello che crede ma io da questo posto in tanti anni ne ho visti di su e giù e non mi spavento per una crisi più o meno. Passerà, ne son passate delle altre…» […]
L’altro socio però — il signor Antenore Castoldi — lo nega recisamente.
È pessimista. Il pessimismo è il suo stato d’animo basilare. […]
«Ah! Ah!… la critica!… gli articoli di giornale! Glie li raccomando! Una volta, quando un grande giornale parlava di un libro nuovo, se ne sentiva subito il contraccolpo nella vendita. Qui, da noi, ne andavano dalle cento alle duecento copie in un giorno; ma oggi… tutto fermo! Il pubblico, che non è stupido per niente, ha infine capito che non si usa più dare di un libro un giudizio veramente libero. Il motto della critica odierna sembra essere il seguente: ‘tutti devono vivere’. Che cos’è dunque? Critica o pubblicità? Capita che la gente o non legge gli articoli o, se li legge, ci sorride su e si regola per conto suo». […]
«Parlano dei prezzi — continua il signor Antenore — dicono che i libri non si vendono perché troppo cari… ma che prezzi d’Egitto! È la merce che non va, che non piace. Noi qui — caro lei — nel 1905 abbiamo stampato e venduto d’un colpo ben quindicimila copie di Leila a sei lire l’una il che vuol dire a circa trenta franchi del giorno d’oggi».
«Ma Leila, a parte che era di Fogazzaro e i Fogazzaro non vengono su come i funghi, era un libro di battaglia e le battaglie incontrano sempre in letteratura. Alla gente non piacciono i libri-sedobrol, non piacciono quegli autori ai quali ogni tanto vien voglia di dir loro: ‘ehi, amico, dormiamo?…’ Di Guido Da Verona — per esempio — si potrà dire quel che si vuole e lo si diceva anche ai suoi tempi, ma non dormiva, non ‘pisoccava’ come tant’altri colla penna in mano! Di Mimì Bluette si sono vendute cinquantamila copie effettive. Poi è venuto il trucco delle edizioni che cominciavano col trentesimo migliaio, hanno voluto gonfiare il pallone perché tutti lo vedessero ed è scoppiato, ma quando era con noi il Da Verona l’era ona bonna penna». […]
In Galleria, prima di andarmene per i fatti miei, do un’occhiata di saluto alla vetrina della vecchia bottega.
Decisamente è proprio brutta. È brutta di cuore, eccelle in bruttezza. È un minestrone di libri, una bisabosa di colori, sembra che tutto sia stato rovesciato dall’alto e caduto giù alla rinfusa. Eppure ha un certo fascino… tira l’occhio come certe signore provinciali d’anteguerra che si vestivano dai Bocconi alle «Cento Città d’Italia».

«Tra ligure e gallico e langobardo e minchione»

Da Carlo Emilio Gadda, L’Adalgisa (1944)

Oh confortevole aura, salubre terra e clima dell’Olona e del Lambro! Oh, Sèveso! Oh, pioppi! Oh! Plasma germinativo della gente! Dove tu, per quanto minchione te tu sia, o anzi proprio e precisamente per quello, che ci hai nella testa un bel turàcciolo, te tu ti senti tenuto a galla come un papa senza neanche darti pena nuotare: da un clima unto e fraterno, da una pégola vivificatrice. Come una sagace broda: o lardo sfriggente, che si strugga nelle opere, e nella padella de’ civili soccorsi. Come feeders (barre alimentatrici) da cui ogni derivato circuito ripeta il flusso metallo permeante dell’elettrico. Oh! Terra e aura, nei mattini di lavoro! A polmoni pieni, udendo battere cianfrini lontani, te tu vi respiri e vi sguazzi in un etere elisio, però sanguigno e luganegone, una specie di etere-lardo. Velato di fantasiose nebbie, o d’una allegante calura: tale una pittura di Tosi. Lieto di ceci e verze. Che bollono e aggallano, passato appena San Carlo, contubernali ad alcune costole di veridico porco, in pentola. Un misto di ideologie di terza mano e di calci in culo autentici, ai tempi di Spagna o di Francia: e a’ miei anni la sana fatica avente nel suo punto focale un “giambòn”, o un “motore con valvole in testa”, e con l’osso da rosicolare, dentro, il giambone: e anche tutt’e due alla volta. Un guazzabuglio di tram, un’epifania di meringhe, un rinascimento Bartesaghi, una quasi civile convivenza di salumai uricemici, di bozzolieri onesti, di elettrotecnici mazziniani: e di sballati architetti! Una bischeraggine generosa e totale, una vena romantica e brodolona, una antica luce dalle torri e dai tamburi delle cupole sui poveri morti. Oh! Sangue e gente delle stragi e delle ibridazioni lontane, tra ligure e gallico e langobardo e minchione, con quello spruzzo di bugie curuli in coppa a dargli il sapore e la parvenza d’una civiltà, quasi polvere di cannella sulla panna frullata!

Il Maestro sotto la pioggia

Da Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore, città (1944)

Di fronte alla facciata [della Casa di riposo per musicisti], e nel mezzo della Piazza Michelangelo, sorge il monumento a Verdi, modellato da Enrico Butti, il quel sui quattro lati del basamento ha anche figurato la Melodia, il Poema, la Serenità e la Tragedia. Verdi è rappresentato in atteggiamento bonario, il corpo in riposo, le mani riunite sul tergo sotto la giacca. […]Questi monumenti casarecci, che i tempi democratici coltivarono come una loro specialità, hanno questo di difettoso che non reggono al tempo brutto. In pieno sole, e quando la strada è come un’anticamera della casa, il monumento non sta male, e dà anche una piacevole impressione di calma familiarità. È un passante, appena più altro di altri passanti, e che sta sempre fermo. Ma quando l’acqua come oggi viene giù a catinelle, è una pena vedere il nostro padre melodico esposto al diluvio a testa nuda e senza paltò. Si vorrebbe scavalcare la ringhierina di ferro battuto, aiutare il buon Maestro a scendere dallo zoccolo, dargli la mano per fargli attraversare la strada, accompagnarlo sotto l’ombrello dentro la Casa di riposo.

Bombe come montagne

Da Elio Vittorini, Milano come in Spagna, Milano come in Cina, “Politecnico”, 1945, n. 11

Ci dava la città, il calore di sé che bruciava, e la sua polvere, la sua cenere; ma non ci dava più niente della sua animazione, non rumori di folla, non tranvai, di automobili, di saracinesche tirate su o tirate giù, niente del suo mattino e del suo meriggio, niente della sua sera; e questo debbo dire che ci conveniva, là dentro, poter pensare Porta Venezia coi suoi platani incendiati, e tutti i caffè, tutti i negozi, tutti gli alberghi e i cinematografi chiusi… ma soltanto la rossa arena d’asfalto negli incendi, nell’estate. […]
Vennero montagne su Milano, passavano, si aprivano, si rompevano su Milano e la terra sotto si schiantava, terra si alzava dai cortili, terra ricadeva.
– Arriva — , uno diceva. — Ecco che arriva. –
Schianti si avvicinavano, da trecento, da duecento, da centocinquanta, da cento, e il quinto doveva essere su di noi, ne avevamo sopra il cammino, ed era invece più in là di noi, in un cortile da cui sussultava, crepitando, il cemento armato di tutto il palazzo.

«Un romanzo estivo che mi facesse un poco caldo»

Da Goffredo Parise, Incontro con Longanesi (1957), da Il Resto del Carlino, 5 ottobre 1957, ora in Quando la fantasia ballava il boogie, 2005

Quando partii dalla provincia diretto a Milano avevo in tasca i soldi che mio padre mi consegnò per l’acquisto di un impermeabile buono per l’umidità e in mano una valigetta di cartone color pece legata con uno spago. Portavo allora un grosso cappotto nero, morbido e sformato, di quelli che si usano per l’abito da sera. In valigia avevo inoltre una casacca nera, di tipo russo, che indossavo segretamente in omaggio a Dostoevskij. Trovai lavoro presso un grande editore, subito mi installai in una cameretta nei pressi di corso Genova ogni mattina, per andare in ufficio, salivo sul filobus numero 87 che segue la cerchia dei Navigli, per quel tratto stupendi, pregni di una rara e ormai distrutta bellezza ottocentesca; costeggiavo le rovine dell’Ospedale, le lunghe file di archi del chiostro, aperti e sbracciati contro il cielo grigio e la neve cadente, via Santa Sofia ancora invasa da macerie, su fino a via Senato, dove scendevo per andare a lavorare. Mi pareva di scoprire una città simile a Vienna o Praga, una città del Nord, che saliva dalle brume del mattino alla mia immaginazione come in un racconto di Hoffmann. Ero, insomma, abbastanza felice di aver messo la testa a posto come tanto speravano i miei genitori e di stare a Milano. Ma alla sera, alle sei e mezza, aspra e maligna si abbatteva su di me la malinconia di quelle ore di vuoto, di tristezza, di solitudine. Spesso mangiavo alle sette, correvo a casa e leggevo, alcune volte giravo per i negozi pensando a quello che mi sarebbe piaciuto comprare, di utile per l’inverno; altre volte immaginavo di scrivere un bel romanzo, che soddisfacesse me prima di ogni altro, poi i miei amici e infine un editore. Avevo già pubblicato due romanzi, essi avevano ottenuto un buon successo di critica, ma pochi li conoscevano ed erano introvabili. Volevo dunque scrivere un altro romanzo che mi tenesse compagnia durante l’inverno milanese, che mi divertisse, che mi commuovesse quel tanto da cacciare il freddo e la solitudine: un romanzo con molti personaggi allegri e sopra ogni altra cosa un romanzo estivo che mi facesse un poco caldo. Tentai.

Un gatto, l’amore e il lesso

Da Giovanni Testori, Impara l’arte, in Il ponte della Ghisolfa (1958)

La finestra aperta sui tetti di via Poslaghetto, da cui entrava il riverbero del sole; poi ad un certo punto il miagolio d’un gatto che li aveva attraversati come se di passo in passo avesse voluto allungarsi.
«Sembra una fisarmonica.»
«È in amore…» aveva detto la Wanda che alzatasi dal tavolo s’era avvicinata al fornello per tirar giù il lesso.
«In amore, adesso? Ma non siamo in primavera…»
Il lesso con la mostarda: e cioè, per lui, una delle attrazioni più invincibili: e quando gli capitava di mangiarlo non avrebbe smesso mai: forse perché c’era il dolce e l’amaro insieme! E non esistevano dubbi che lei gliel’aveva preparato proprio per dargli un’altra prova di quel suo amore che, come gli aveva detto, se anche in tutta la vita avesse avuto solo quello, solo quello e basta, sarebbe valsa la pena di viverla lo stesso la vita, “anche tutti i sacrifici, le amarezze, le umiliazioni che per tirar avanti m’è toccato e mi tocca di fare e di sopportare, perché è inutile che te lo nasconda…”
E doveva forse nasconderselo lui che in pochi giorni s’era lasciato andare a diventar l’amico d’una che batteva?

I fannulloni frenetici

Da Luciano Bianciardi, lettera a Mario Terrosi, 23 maggio 1960

Io strascico i piedi, e poi mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non è indispensabile. La verità è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici, gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera e riesce, non si sa come, a dare l’impressione, fallace, di star lavorando. Si prendono persino l’esaurimento nervoso. La cosa migliore, caro Mario, è prendersela calma, e possibilmente sfotterli.

Capire Milano

Da un articolo di Giorgio Bocca, Il Giorno, 23 novembre 1961, ora in Fratelli coltelli. 1943–2010. L’Italia che ho conosciuto (2010)

Ma cos’è questa Milano? Che ne sappiamo noi terroni famelici, veneti malnutriti, emiliano della collina, brianzoli fiduciosi, piemontesi annoiati del Piemonte e immigrati vari, capitati qui in cerca di fortuna? E che ne sapete voi, milanesi di sangue puro che poi, dice il vostro Gadda, sarebbe “l’antica mescolanza tra il ligure, gallico, longobardo e minchione”? Noi maggioranza frenetica attorno ai pezzi della torta e voi minoranza sparsa nel gran calderone, che ne sappiamo, tutti assieme, di questa città eterogenea, caoticamente vitale, che si allarga a macchia d’olio?
«Andiamo, non dica sciocchezze. Lei a Milano si trova bene? E allora? Ascolti me: di Milano ce n’è una sola. Qui si batte un piede per terra saltano fuori i milioni, i miliardi. Città viva, di una generosità totale, con tutti. Insomma la Milano con il cuore in mano.»
«Anche con i vecchi?»
«Sigura, con i vecchi siamo i primi d’Italia.»
Qui a Milano siamo sempre i primi d’Italia, perennemente all’avanguardia. Qui “un sereno affetto”, scrive il capocronista benpensante, “circonda i capelli d’argento”; qui le dame della buona borghesia si commuovono al teatro di Bertolazzi e sentono nostalgia dei vecchi brumisti che sapevano essere felici con “qui quatter frankitt”; qui l’anima turatiana degli elettrotecnici e quella manchesteriana degli industriali provvedono al quieto tramonto di coloro i quali “non dimentichiamolo, hanno prodotto per tutta la vita”.
«Allora l’ha capita la nostra Milano?»
«Mi ci sono provato.»

«Se non fosse stato sabato…»

Da Giorgio Scerbanenco, I milanesi ammazzano il sabato (1969)

«Insomma, ecco», spiegò il cespuglioso vecchio nel suo cupo e dolce dialetto milanese, «se quella lettera me la mettevano sotto la porta il martedì sera, per esempio, io il mercoledì dovevo andare a lavorare alla Gondrand perché era giorno feriale e sarei andato a lavorare, perché io a bottega, se non sono morto, ci vado sempre, invece di andare da quella donna, e avrei avvertito voi della polizia, ma siccome il sabato ho la giornata libera, allora mi è venuta l’idea di andarla a vedere, questa che mi aveva portato via la mia bambina e che insieme agli altri due me l’aveva ammazzata. Se fosse stato sabato non l’avrei fatto, tutto questo disastro.»
Duca non disse nulla. Anche se sbalorditiva, sentiva che l’affermazione era esatta. Un vecchio milanese, lavora sempre, ogni giorno, durante la settimana, anche se corta. Se commette qualcosa che non va la commette al sabato.

Stesso treno, carrozze diverse

Da Piero Chiara, Faccia di palta, in Le corna del diavolo e altri racconti (1977)

Una parte della mia [vita] la passai a Milano, dove decisi di andare a vivere, o meglio a cercare i mezzi per vivere, dopo aver sdegnato quelli di casa mia, in verità modesti.
Mi allogai, appena arrivato, nella zona di Porta Romana, in Via Anfiteatro, nella casa di un mio conterraneo, mangiando alle sue spalle nelle osterie di corso Garibaldi, Via Varese, Via Palestro e talvolta fuori Porta, verso la Bovisa o il Greco.
Trippe brodose che solo a ricordarle mi viene l’appetito, cotolette panate, lessi di manzo con la pelle bianca appiccicata all’intracosta, salse verdi, mostarde di Cremona, insalate, cipolle lesse e quartini di vino violaceo e freddo che bisognava bere e dei quali avrei volentieri fatto a meno.
Col paesano, che era mediatore d’affari d’ogni sorta, in genere poco puliti, non restai a lungo.
Guadagnati i primi soldi, mi portai verso zone meno malfamate, prima in via Terraggio poi nella vicina Via Sant’Agnese, in casa di una sarta che affittava un localetto ricavato nel salone dove provava i vestiti alle clienti.
Il tramezzo divisorio era di assicelle leggere, ricoperte con una carta a fiori, tutta anemoni e margherite.
Nel centro delle margherite i miei predecessori avevano praticato dei piccoli fori, uno qua uno là, a varie altezze.
In quella stanza, mi arrivava di buon mattino il suono della tromba che dava la sveglia ai soldati della vicina caserma di piazza Sant’Ambrogio. Ma mi riaddormentavo subito, fino a quando, verso le otto, la sarta cominciava a pedalare sulla “Singer”.
Le clienti arrivavano per le prove verso le undici o al pomeriggio, quando ero fuori.
Ma rientravo, per mettere l’occhio ai forellini, a varie ore, quando non stavo in un caffè di Corso Italia con la stecca in mano, assorto nel gioco del bigliardo o seduto a un tavolino con le carte spiegate a ventaglio davanti agli occhi.
Altre ore le spendevo meno vanamente all’“Ambrosiana” o alla “Braidense”, dove d’inverno stavo al caldo e d’estate al fresco.
Mettevo il naso anche in qualche libreria o lo piegavo sulle bancarelle di Piazza Cairoli ma senza incontrare mai poeti, scrittori o artisti della mia generazione, benché ve ne fossero, come seppi più tardi, e stessero proprio in quel tempo per manifestarsi. […]
Li trovai, tutti molti anni dopo, durante la guerra, e qualcuno a guerra finita, come gente che aveva viaggiato sul mio stesso treno ma dentro altre carrozze.

Via Lomella e i signori delle baracche

Da Beppe Viola, Quelli che… (1982)

Via Lomellina, in arte via Lomella, era considerata subito dopo la guerra una zona poco raccomandabile della raccomandatissima città di Milano, città che io amo perché mi ha fatto conoscere il mondo fin da bambino, ma soprattutto perché trovasi a 600 chilometri circa da Roma, posto troppo importante per essere vero. Via Lomellina dunque.
Dicevano ci fosse un po’ di teppa, e la voce, a quei tempi, fece il giro del mondo. L’hanno saputo anche i tedeschi e gli americani, i quali da quei puritani che sono hanno pensato bene di bombardarla un po’, con la scusa che vicino a via Lomellina c’era la ferrovia e c’erano delle baracche. Le baracche erano vere, autentiche, non come quelle che servono agli svizzeri per pubblicizzare i formaggini e che chiamano chalet. Le baracche di via Lomellina facevano proprio miseria, tanto che un giorno Cesare Zavattini e Vittorio De Sica, sempre a caccia di cose barbonesche, dissero: “Guarda che baracche ci sono qui, chissà al cinema come vengono bene”. Fecero Miracolo a Milano e il film girò il mondo fra grandi applausi. Chi ci rimase male fu il Comune di Milano: così, dopo i bombardamenti dei tedeschi e degli americani, il Comune di Milano rase al suolo questa povera via Lomellina, che poi in fondo nella sua miseria non era nemmeno tanto brutta, almeno fino a quando quelli che abitavano le baracche con la banale scusa che avevano freddo, un bel giorno, anzi una bella notte, tagliarono tutte le piante. Una mattina gli abitanti di Via Lomellina non trovarono più le loro piante e chiesero spiegazioni, ma senza tirare in ballo l’ecologia o Italia Nostra, perché di quei tempi la parola ecologia non era stata inventata, e l’Italia era più loro che nostra. […] In effetti, gli alberi li avevano portati via quelli delle baracche per via del freddo che in via Lomellina è sempre intenso, specialmente d’inverno quando fa un freddo della madonna. Il ragionamento dei signori delle baracche era in sostanza questo: qui tra americani e tedeschi e Comune di Milano ci hanno spaccato su tutto, case comprese. Aspetta me che prima che arrivino altri, le piante me le porto via io che almeno ci faccio un bel fuoco.
Adesso Via Lomellina è tutta cambiata.

A cosa servono i giornali

Da Laura Pariani, Milano è una selva oscura (2009)

Nella nebbia serale che piano piano cala, Milano si sta illuminando di pubblicità, La città della superbia: slogan che corrono a grandi lettere sulle lampadine, subito incalzati da altri messaggi luminosi. Al Cordusio, una grata del marciapiedi da cui sale il fiotto caldo dell’aria della metropolitana. Sensazione di benessere, voglia di abbandonarsi qui per terra. Un giornale sgualcito in un cestino della spazzatura: un titolo a grossi caratteri che parla dell’uomo primitivo della val Camonica; un articolo in fondo alla pagina sul licenziamento di quattro sindacalisti all’Alfa. Cara la mè Mediolanum, se te credévet che il problema del pitecantropo lombardo fosse, se non risolto, almeno superato, ti sei sbagliata alla granda: siamo in piena febbre preistorica, tanto più che dilungarsi s sbragià sugli uomini delle caverne l’è un’ottima soluziôn per tagliar le notizie sugli uomini delle fabbriche. Che mônd de pissa de camèll… Il Dante si infila il giornale sotto la giacca: in fin della fiera la carta dei quotidiani mantiene al caldo lo stomaco.